J. D. (John Davys) Beresford
Capitolo 11
su a me con un'espressione che ha suggerito un desiderio per il riservato
discussione di scandalo, ed io parlai a bassa voce con fretta a Hughes che era probabile che noi andassimo
al buffetto improvvisato nella cena-stanza e trova un whisky e seltzer
o qualche cosa. Lui fu d'accordo con un'alacrità che io accolsi cordialmente alla durata, ma
penta, ora, perché il nostro pensionamento in duologue ci prese fuori del
importante movimento, ed io fallii uno o due essentials dello sviluppo.
La verità è che noi eravamo tutti superati al momento da un irresistibile
desideri apparire accorto. Noi volemmo mostrare il Jervaises che noi non avevamo
sospettato qualsiasi cosa, o che se noi avessimo, noi non badammo nel minimi, ed esso
certamente non era colpa loro. Ciononostante, io non vidi ragione perché nel
riserbo della cena-stanza--noi avevamo il luogo a noi--io non devo
parli con Hughes. Io non avevo mai di fronte a quel pomeriggio incontrato alcuno del Jervaise
famiglia eccetto Frank, e su uno o due occasioni suo più giovane fratello che
era nell'esercito e, ora, in India; ed io pensai che questo era un
occasione adatta per migliorare la mia conoscenza. Io capii quel Hughes era
un vecchio amico della famiglia.
Lui è potuto essere, anche se il fatto non apparisse nella sua conversazione;
per io quasi immediatamente scoprii che lui era, o da natura o da
ragione del suo tirocinio legale, maledetto con un regalo che indugia di
diplomazia.
"Affare goffo!" Io cominciai appena noi avevamo i nostri whisky ed illuminato
sigarette.
Hughes bevve con una lentezza accurata, metta il suo vetro in giù con superfluo
accuratezza, e poi dopo un altro immediato della deliberazione tremenda, detto,
"Cosa è?"
"Bene, questo", io ritornai seriamente.
"Volendo dire?" lui chiese giudizialmente.
"Chiaramente può essere troppo presto disegnare un'inferenza", dissi io.
"Specialmente senza fatti lui aggiunse disegnarli da".
"Tutto lo stesso", io seguii audacemente, "sembra orrendamente diffidente."